Read Necropolis by Boris Pahor Michael Biggins Online

necropolis

Boris Pahor spent the last fourteen months of World War II as a prisoner and medic in the Nazi camps at Belsen, Harzungen, Dachau, and Natzweiler. His fellow prisoners comprised a veritable microcosm of Europe-Italians, French, Russians, Dutch, Poles, Germans. Twenty years later, when he visits a camp in the Vosges Mountains that has been preserved as a historical monumentBoris Pahor spent the last fourteen months of World War II as a prisoner and medic in the Nazi camps at Belsen, Harzungen, Dachau, and Natzweiler. His fellow prisoners comprised a veritable microcosm of Europe-Italians, French, Russians, Dutch, Poles, Germans. Twenty years later, when he visits a camp in the Vosges Mountains that has been preserved as a historical monument, images of his experiences come back to him: corpses being carried to the ovens; emaciated prisoners in wooden clogs and ragged, zebra-striped uniforms, struggling up the steps of a quarry or standing at roll call in the cold rain; the infirmary, reeking of dysentery and death. Necropolis is Pahor's stirring account of his attempts to provide medical aid to prisoners in the face of the utter brutality of the camps-and of his coming to terms with the ineradicable guilt he feels, having survived when millions did not....

Title : Necropolis
Author :
Rating :
ISBN : 9781564786111
Format Type : Paperback
Number of Pages : 208 Pages
Status : Available For Download
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Necropolis Reviews

  • Rowizyx
    2019-03-01 19:15

    Negli ultimi mesi (probabilmente nel periodo intorno al Giorno della Memoria, grande must per questo genere) ho beccato in libreria diversi romanzi che hanno la pretesa di raccontare esperienze "straordinarie" nei campi di concentramento: pianisti e pianiste, sarte, violinisti, fotografi, dentisti, giocatori di scacchi... Per carità, non li ho letti e magari sono anche dei libri validi, però...Però poi t'imbatti in libri come questo, una testimonianza vera, cruda, che non ha bisogno di suscitare sentimentalismi un po' fuori luogo, a mio avviso, ed è tutta un'altra storia. Sì, sono un po' una bacchettona, ma credo che l'orrore dell'olocausto non vada infiorettato e caricato di pathos non necessario, perché in fondo stiamo parlando della tragedia comune di milioni di morti. Pahor racconta la sua esperienza di internato: è un'esperienza particolare per tanti motivi, perché svolge ruolo sia di interprete sia di infermiere e barelliere, ruolo che lo salva dai lavori più pesanti, ma che lo condanna ad assistere alle fasi terminali di centinaia di reclusi (e a compiti terribili come indicare chi fosse inabile al lavoro, specie dopo aver scoperto l'esistenza delle camere a gas e del dubbio che una simile segnalazione potesse non dare qualche giorno di riposo, ma una morte straziante) e, quando sono terminate le loro sofferenze, a portarli al forno crematorio; particolare anche per la nazionalità (negata) di Pahor, imprigionato come italiano pur non riconoscendosi nostro connazionale, esponente di una piccola minoranza linguistica ed etnica - sloveno. Pahor sceglie di raccontare la sua esperienza partendo da una sua visita negli anni '60 al campo di Natzweiler-Struthof, sui monti Vosgi, dove è stato internato, nella quale si accoda a una visita guidata e intuisce le difficoltà nel trasmettere l'orrore e la tragedia che si è consumata in quei luoghi ai turisti che vedono, ascoltano, guardano tutto, eppure rimangono distanti dalle sensazioni che lui ha provato (drammatico il racconto della donna che, pur essendo appena stata davanti al crematorio, trovandosi di fronte a un vaso pieno di cenere riesce a chiedere di cosa si tratti, e rimane il dubbio se davvero sia così stordita o se tant'è pur essendo in quei luoghi il suo cervello rifiuti una verità tanto cruda). I ricordi e le sensazioni dell'autore sono così riportate in maniera spoglia di orpelli e abbellimenti, in una scrittura comunque fluida e coinvolgente, senza pause.Da leggere assolutamente. Andrò in cerca di altri libri di questo autore, per approfondire la sua affermazione dell'identità, altro tema forte già in questo romanzo. La persecuzione della comunità slovena a Trieste e in Istria con l'avvento del fascismo in Italia, l'importanza della lingua madre per l'io, da difendere coi denti, la difficoltà dell'autore nell'essere sloveno nel dopoguerra, dopo la denuncia dei massacri di migliaia di sloveni nelle foibe ad opera del regime di Tito e il conseguente divieto di rientrare in Iugoslavia. È un autore che offre sicuramente moltissimi spunti di riflessione e che è stato una vera scoperta per me.

  • Orsodimondo
    2019-03-20 23:03

    CRONACHE DAL MONDO CREMATORIOUn libro ambientato in massima parte nel campo di concentramento nazista di Netzweiler-Struthof in Alsazia, dove Boris Pahor venne imprigionato. Un libro sull’amore in tutte le sue forme umane e su ogni possibile offesa all’amore commessa dall’uomo.... Allora mi disse: “Tu tornerai a casa.” Bè, questo era ciò che tutti speravamo, anche se nessuno voleva ammetterlo; la regola era di non stuzzicare la morte con immagini di vita, perché la morte è una femmina vendicativa.......Il disfacimento continuava da tutte due le parti, tanto nel caos quanto nella tranquillità ordinata; tuttavia l'uomo si salva dall'anonimato se gli si offre una possibilità d'impegno; la coscienza della spersonalizzazione è peggio della fame, e la fame è peggio che mai quando punta all'obiettivo più terribile: dissolvere la personalità....Potrei riportare brani su brani, l'intero libro probabilmente. Opera bella, e importante, molto. Esistere, ogni giorno, era tutto quello che potevano augurarsi. Ogni energia era rivolta alla mera sopravvivenza.Talvolta può arrivare un senso di spossatezza nel ripetersi di situazioni, della fame, della deprivazione, della debolezza, della violenza: quasi che Pahor voglia far vivere fisicamente al lettore una parvenza di quello che effettivamente è stato il mondo crematorio, e per farlo usi appunto la ripetizione, la sovrapposizione di episodi simili. Allora, bisogna rallentare la lettura, non curarsi più del ritmo narrativo, e andare a assaporare ogni singola parola, tornando indietro dove occorre: perché i lampi di luce a volte sono nascosti tra parole all'apparenza banali.

  • Doug Wells
    2019-03-16 19:48

    I've always believed that we should learn from history so as not to repeat the horrors of our past. Sometimes, I find it important to read a book that completely immerses me in such insanity. It is hard to give a book about the Holocaust five stars, I certainly cannot say I "liked" it. Necropolis is amazing, haunting, harrowing, and thoroughly, brilliantly human. There are no good answers, but there is so much to learn.

  • Lorenzo Berardi
    2019-02-25 20:15

    The first time I tried to read this book somehow I failed to get into it. Then I waited for the right moment to come as I was sure Pahor had something to tell. When that moment came, months later, I was glad I gave "Nekropolis" a second chance. Do not expect a second Elie Wiesel or a second Primo Levi as this book gives a different perspective on a detention experience in a Nazi concentration camp. Pahor was segregated in a small and not very known camp on the Alsatian mountains, the kind of camp that is often not even cited on the accounts about racial and political extermination. He was not a Jew and had the Italian citizenship, but being Slovenian mother tongue he already suffered a first persecution in Trieste by local fascists trying to annihilate the non-Italian community there. Then as an Italian by his documents he was considered a traitor by Germans and not a companion even by most of the Italian mother tongue people he met. While in the camp he was trying to do his best healing people there (a little bit like Varlam Salamov did in the Kolyma) but most of the times he could not do anything and had the impression of working in a morgue rather than in a barrack surgery.Nevertheless, young Pahor never lost his hope as well as the capacity of contemplating the sky and the countryside above and around the camp. "Nekropolis" is the story of Pahor's comeback to the concentration camp several years later. The writer visits the former camp wondering how the people who visit it can perceive the place. Did the concentration camp become a mere memorial? Did the camp become just a touristic venue? Either contemplating a group of visitors or two young lovers walking hand in hand where the haftlinge worked, survived and died, Pahor reminisces what he felt while there leaving us a great book about the power and importance of memory.

  • Mojca
    2019-03-13 22:10

    Pahorjevi spomini na čas, ki ga je preživel v več koncentracijskih taboriščih, ko je človek bil samo telo, ki mu ni ostalo nič razen golega življenja - pa še to je počasi odtekalo iz bolnih, izsušenih, umazanih udov in lobanj z vlažnimi kroglami. Krematorijski svet je svet neskončne negacije, ki je ločen od zunanjega sveta (v bistvu se svet zebrastih suhcev ne sme dotikati sveta živih, da ga ne bi okužil). Je poseben univerzum nepojmljive sistematizacije zla in vseprisotne smrti. Ljudje so zreducirani na trop, krdelo, čredo - na živali, ki so nekomu odveč, pa bi jih vendar rad do konca izžel, preden življenje popolnoma presahne, telo pa zagrabijo klešče in ga odvlečejo v žarečo peč.

  • Doug Wells
    2019-03-08 16:54

    Pahor's writing is is so deeply personal and amazing. He puts words to the unfathomable in prose that is melodic, dark, passionate, and painful.

  • aithusa
    2019-03-03 21:57

    Necropoli è la testimonianza diretta di Boris Pahor della sua esperienza all'interno di un campo di concentramento. Sloveno di cittadinanza italiana, nel 1944, dopo essersi unito alle truppe partigiane slovene, viene catturato dai nazisti e internato in un campo di concentramento (in realtà verrà trasferito più volte, con l'avvicinarsi degli Alleati, da un campo all'altro). Ho impiegato quasi due mesi per portarlo a termine per il linguaggio crudo e senza fronzoli con cui vengono narrati i fatti, sul quotidiano francese Le Monde viene descritto così: "Un libro sconvolgente, la visita a un campo della morte e il riaffiorare di immagini intollerabili descritte con una precisione allucinata e una eccezionale finezza di analisi". Ciò che mi colpisce di queste testimonianze, in generale e in particolare di "Necropoli", a parte la crudeltà all'interno dei lager nazisti (paradossalmente più leggo e più vedo e più mi sconvolgo), è quella grande capacità di resistenza degli internati e quel desiderio di vivere che nonostante tutto non muore mai. "La coscienza si difendeva con tutte le forze dall'annientamento e respingeva l'immagine del forno; il cuore supplicava il miracolo di poter tornare, sia pure per un istante, nel mondo degli uomini. Sì, in quel momento pregai."

  • Patty
    2019-03-05 23:58

    Uno stile poetico, ricco di immagini sin dal primo rigo (nastro d’asfalto liscio e sinuoso), quella che preferisco riguarda i ricordi (un viluppo intricato….rinsecchito dagli acini vizzi e ammuffiti) Una narrazione cinematografica: il lettore è spettatore attento che vede e sente (sublime il racconto delle docce gelide…). Magistrale l’intreccio fluido e scorrevole tra il presente narrativo e il passato, tra il sopravvissuto che rivisita l’orrore e la memoria del male. E poi la solitudine del sopravvissuto che sa che, per quanto possa essere fedele la testimonianza, ci sarà sempre un lap fra chi c’era e chi no. Di qui l’umana consapevolezza di essere ingiusto nel rimproverare i “turisti dell’orrore”.Del resto né la morte né l’amore tollerano la presenza di estranei… Perfino la natura circostante il lager ha le sue colpe. Complice del male è il bosco che nasconde il destino delle ragazze alsaziane, indifferente al male è l’erba che continua a crescere malgrado il male. Primeggia in queste pagine la sensazione della solitudine(nonostante che quella moltitudine vivesse come un gregge umano, ognuno di noi entrava in contatto soltanto con la propria intima solitudine). Prigionieri come entità amorfe. Bellissime le immagini, straordinario l’uso della sineddoche : ressa di uniformi rigate, massa zebrata , massa multicefala.. Dopo la lettura di questo libro ho avuto bisogno di prendere una boccata d'aria. Boris ti trascina nel suo inferno, ti fa vivere il lager.

  • Delphine
    2019-02-28 17:57

    Il s'agit du récit, par un survivant des camps de concentration, de ses années entre les mains des nazis. Revenant quarante ans après la fin de la guerre au camp du Struthof, un Slovène, au milieu des touristes, se sent en décalage par rapport aux personnes qui l'entoure.Il revit alors la violence de la faim, des coups, de la misère, de la maladie. Il parle avec force de la douceur d'une douche chaude… chauffée par les cadavres des camarades morts, brûlés dans les fours crématoires.Boris Pahor a été envoyé au Struthof, puis, avec l'avancée des alliés, il dut comme bien d'autres reculer vers Dachau et Bergen-Belsen. J'avais tenté de lire Printemps difficile il y a plusieurs mois et je n'avais pas accroché du tout. Pèlerin parmi les ombres est, par contre, beaucoup plus fort, absolument bouleversant.

  • Dolceluna
    2019-02-27 21:15

    Boris Pahor, triestino, classe 1913, durante la seconda guerra mondiale viene arrestato per collaborazione con la resistenza antifascista slovena e deportato nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof. Vent'anni dopo la liberazione fa visita allo stesso campo e dà così libero spazio ai suoi ricordi e ai suoi pensieri in questo memoir di grande impatto e di grande valore. Sono sempre stata particolarmente sensibile alla tematica dell'Olocausto e questo libro, dal titolo macabro ed esplosivo, esercitava su di me una grande attrazione. Soddisfatta? Nì. Le immagini descritte sono evocate con una nitidizza (e una crudezza) sconvolgente e sconcertante. E, come particolarità, rispetto ad altre testimonianze sull'Olocausto, in Necropoli emerge molto il senso di "coralità": il protagonista dell'orrore non è solo Pahor, bensì il "noi", l'insieme delle masse di prigionieri buttate nei vagoni come bestie, sofferenti nelle baracche in condizioni fisiche ed igeniche al limite dell'incredibile, massacrate dai duri lavori forzati. Le paure, il dolore, le speranze, non sono singole ma appartengono a questo "noi" distrutto e dilaniato, e sembra esserci poco spazio al riaffiorare di storie ed azioni individuali (tant'è vero che quasi sempre gli altri personaggi vengono nominati ed entrano immediatamente nelle narrazione senza che nient'altro di loro venga raccontato). Purtroppo l'eccessivo soffermarsi sulla descrizione di sensazioni e stati d'animo, il taglio estrememente letterario (e analitico) della narrazione e lo stile un po' aulico, quasi lirico, rendono a tratti pesante la lettura, e più volte capita di perdere il filo della narrazione stessa senza più capire cosa effettivamente accade di preciso. Per questo motivo, probabilmemte, non sono riuscita ad apprezzare del tutto questo libro, e di certo non lo consiglierei tra le prime letture a chi voglia approcciarsi al difficile tema dell'Olocausto. Non nego però il suo prezioso valore di documento e testimonianza, nonchè l'abilità narrativa comunque ottima di Pahor.

  • Daria Ravlic
    2019-03-15 19:46

    Ovo su memoari autora, Borisa Pahora, slovenskog partizana kojega su Nijemci zarobili krajem II. Svjetskog rata. Prošao je nacističke logore Natzweiler-Struthof, Herzungen, Dachau i Bergen Belsen. Priča započinje Pahorovim dolaskom u Natzweiler-Struthof, ali puno godina kasnije, u ulozi turista-posjetitelja koji zajedno s grupom turista obilazi logor, pri čemu se bude sjećanja na dane provedene u logorskim barakama. Autor piše o strahotama konc. logora, tjeskobi, strahu, bolesti, gladi i umiranju. Vrlo precizno i detaljno opisuje slike užasa “kovačnice smrti” civilizacijskog dna, često koristeći geometrijska tijela i predmete (drvena kugla, suhe grane, isušeni tovar) u opisima logoraša, čime kod čitatelja oživljava vizualizaciju. Cijelim romanom dominira miran ton ravnodušnosti. U tvornici smrti odvija se neki patološki miran, ustaljeni ritam umiranja. Ložač poravnava pepeo, brijač brije međunožja, grobar – zanimanje kao i svako drugo, vojnik prebrojava mrtve, a mrtvi rastu u gomilama.Gusta, teška i vrhunska knjiga. Moja preporuka za čitanje.

  • SpaceBear
    2019-02-23 22:49

    At times wandering, written almost as a stream-of-consciousness as he discusses his memories from the Holocaust, while revisiting the camp at a later time. His perspective is unique; since at the same time he is reliving his experiences, he is also seeing tourists wandering around the place he was interred.

  • Amalia Jaramillo
    2019-03-17 21:46

    Un libro difícil, no por su complejidad narrativa, sino por el desgarrador testimonio y las imágenes brutales del Holocausto que no dan respiro al lector. Agobiante y abrumador. Una lectura que invita a la reflexión sobre el alcance de la maldad humana y, a su vez, de la capacidad de sobreponerse a ella. Una obra maestra nacida del peor de los sufrimientos.

  • Lupo
    2019-03-07 18:57

    Libri come questo vanno fatti conoscere e diffusi. Però la qualità letteraria è modesta. Un curatore sarebbe stato molto utile.

  • Maurizio Manco
    2019-03-02 23:53

    "Della morte e dell’amore si può parlare soltanto con se stessi o con la persona amata, con la quale formiamo una cosa sola. Né la morte né l’amore tollerano la presenza di estranei." (p. 30)

  • Sandra
    2019-03-20 23:05

    La mayoría de los testimonios del holocausto judío que he leído (no muchos porque la mayoría de ellos están todavía sin traducir), suelen ser ligeramente optimistas. Obviamente los muertos en los campos no pueden escribir sus recuerdos, así que son los supervivientes los encargados de dar el mensaje: yo sobreviví, os cuento todos los horrores, sí, pero sigo vivo.Boris Pahor es diferente. Nacido en Trieste hace casi cien años (¡sigue vivo!), después de unirse al frente yugoslavo de liberación, fue detenido y encerrado en el campo de concentración de Natzweiler-Struthof. Allí regresa a mediados de los sesenta para contrastar sus recuerdos rodeado de turistas… Noto que dentro de mí ha despertado una especie de rebelión incomprensible, una rebelión contra el hecho de que este lugar montañoso que forma parte de nuestro mundo interior ahora esté abierto y desnudo. Y a esta rebelión se unen también los celos: no sólo porque los ojos ajenos de los turistas se paseen por el ambiente que fue testigo de nuestra anónima cautividad, sino también porque sus miradas (y de eso estoy completamente seguro) nunca podrán penetrar en el abismo del mal con que fue castigada nuestra fe en la dignidad humana y en la libertad de nuestras decisiones personales.Cuando dice “nuestro mundo” no se refiere al suyo y al nuestro, sino al suyo y al de los otros, sus compañeros. Para Pahor, existían (¿y siguen existiendo?) varios planos de la realidad, uno, el de los campos y el de la escalera infernal, y después, todo el resto imaginable. No pueden tocarse ni comunicarse. Y por tanto no se entienden. A veces se superponen, una pareja se abraza y se besa en las escaleras, y Pahor reflexiona: Porque en nosotros se había establecido un final apocalíptico en la dimensión de la nada, mientras que estos dos se hallan en la dimensión del amor, que también es infinita y también dispone de los objetos de manera incomprensible, excluyéndolos o glorificándolos.He mencionado las escaleras pero no me atrevo a hablar de ellas porque al releer a Pahor, siento que me va a regañar por hablar de algo que no podré entender jamás. Así que opto por callar. Espero que sus palabras, más que las mías, puedan mostrar por qué su testimonio es tan diferente. Por si acaso, un botón más… [...] Y no me muevo porque no sé cómo reunir a los representantes de los oscuros barracones delante de los seres jóvenes que son los retoños de una estirpe humana inmortal. No sé cómo colocar la ceniza y los huesos humillados delante de ellos. No tengo suficiente fuerza y ni siquiera puedo imaginarme cómo mis fantasmas podrán encontrar las palabras adecuadas para confesarse delante del coro infantil que ahora baila en medio de las tiendas de campaña, o delante de aquella niña pequeña que ayer daba vueltas alrededor del alambre de la chimenea, como llevada por un tiovivo invisible.

  • Alea
    2019-03-06 21:09

    Boris Pahor si riferisce all'esperienza dei campi come al mondo crematorio. Nel mondo crematorio la vita è a termine, e il termine è indicato dal fuoco del camino che brucia i corpi e le anime. La dissolvenza fisica, l'odore e il sapore della cenere del camino che impregna l'aria, il ruvido telo a strisce e l'incartapecorito strato di pelle che riveste le ossa, rami secchi da destinare al forno, è la tortura più grande, più della fame, delle umiliazioni morali, delle sofferenze fisiche, dell'agonia. E il prigioniero Boris Pahor, sloveno, appartenente alla minoranza riottosa destinata alla dissolvenza, è un infermiere, pertanto privilegiato nel campo. Riesce a dare senso alla sua esistenza nel limbo della premorte lavorando alacremente per lenire le sofferenze degli altri. E' il suo lavoro che dà senso al presente del mondo crematorio, al di là dell'inutile speranza nel futuro, al di là del doloroso annegamento nel passato. E paradossalmente l’attaccamento alla vita, si tramuta , nel tempo, in senso di colpa verso la moltitudine dei non sopravvissuti. Di straordinario impatto emotivo è il linguaggio: denso, corposo, materico, vera reificazione del passato , RESISTENZA al mondo crematorio il cui progetto aveva destinato l’uomo a trasmutarsi in fumo e polvere. Tornando al campo, meta di visitatori, i fantasmi del passato lo tormentano. Ma forte è una consapevolezza, per noi un monito: “Ma qui non c’è niente di vivo che potrei portarmi via. Nessuna rivelazione. Al massimo la conferma che non può esistere una divinità buona e onnipresente che sia rimasta testimone muta davanti a questo fumaiolo. E davanti alle camere a gas. No, se c’è qualche divinità, è una divinità che non conosce e non può conoscere distinzione tra il bene e il male. Ma questo, di nuovo e ancora una volta, significa che soltanto l’uomo può dare ordine al mondo in cui vive e cambiarlo in modo che sia possibile realizzarvi le idee buone piuttosto che quelle cattive.”

  • Marie
    2019-03-01 20:54

    I think it's essential for someone to understand that this is not a work of fiction. Sure, Boris Pahor studied italian literature but this does not mean that what's exposed here with an amazing detail and with some literary attitude of sorts, with the 20th century italian influence is any less real. Boris Pahor is a survivor of one of the biggest horrors that humanity has seen, the Nazi regime. Fighting for Slovenian autonomy and opposed to both far right and far left systems, his story is an encouraging testimony to remember. Because above all things, he remembers more than just trying to write something appealing. The importance of memory stands still to avoid mistakes and desires of vengeance to blind us enough to approve of such behavior again just because it comes disguised as justice. It's very curious that I found about him on an interview of a local magazine, and that his story is not talked about enough. We should never forget that a humanity that nowadays has progress as their god, and equality as their goals has had them in the past, and that this lead to things as the french revolution, the ussr and the nazi regime. Vague statements in the hands of people with all the power, easily convincing the masses. They should not be outcast as monsters, Stalin and Hitler were also fully human and a product of the societies that raised them. Education, even in a moral sense is the fundamental key. We should never leave compassion behind

  • Sebastian
    2019-03-10 20:56

    Un stream of consciosness autobiográfico de la experiencia del autor en los campos de exterminio ahora reconvertidos en museos del mal. La madalena de Pahor es el horno crematorio del campo que, por motivos nunca explicitados, visita por segunda vez. La narración es tortuosa en lo temático pero también en lo estilístico. Sin contar siquiera con una noción del esloveno, me atrevo a acusar en parte a la traducción, prejuicio al que me veo inclinado ante cualquier edición de Anagrama. Pero Pahor tiene muchos méritos. Se abstiene de poner un cristal coloreado a lo que cuenta y sus opiniones son casi siempre las que tenía en el momento de experimentar los hechos; no hay anacronismos ni reconsideraciones. Quizás a esto lo ayuda la relativa cercanía en el tiempo (lo escribió en 1966), y a que los tramos narrados veinte años después le facilitan esa separación. Además, Pahor nos intenta convences que de ese martirio no salió ni mejor ni más sabio, y evita en todo caso tratar de imponerle un sentido narrativo o novelístico a lo que fue una secuencia interminable de horrores y humillaciones.Hay otras cosas que hacen más lenta la lectura. Un excesivo énfasis en estereotipos nacionales, la recreación mayormente estática de las escenas, una estilización en la escritura que a veces sofoca.

  • Sdrucciola
    2019-02-28 20:51

    Per dimenticare la retorica dei campi ci vogliono una trentina di pagine.Gli aggettivi si assottigliano, le frasi si fanno più brevi e puntuali, senza capire bene quando è successo ci si ritova nella baracca di Dachau. Accanto a Boris Pahor, internato sloveno assegnato all’infermeria, assegnato dal destino e dalla volontà alla cura degli infermi. Senza eroismo né l’orgoglio della vittima che porta in trionfo postumo la sua umiliazione.Piuttosto come un testimone che non si rassegna a confinare lo sdegno in una giornata commemorativa, che si domanda com’è possibile che il rumore degli zoccoli di tela non sia nelle strade dove dovrebbe rivivere ogni giorno, come monito e denuncia.Questo libro ha la forza straordinaria di ciò che non si accontenta di sembrare vero.Le atrocità sono così calate nell’umanità delle vittime e dei carnefici da essere totalmente e dolorosamente presenti senza mai ricorrere a un sentimentalismo che davvero sarebbe umiliare nuovamente chi non è tornato.

  • Barbara
    2019-02-19 16:47

    .....Sono uomini, questi, che hanno un'immagine della vita alquanto alterata, nonostante le loro esperienze siano reali. Pure qui le giornate di lavoro si svolgevano anche nei magazzini, nelle cucine, nelle fabbriche e negli uffici. Tutta questa attività si trasformava però, piano piano ma senza scampo, in cenere. E' vero, quindi, che sarebbe del tutto incompleta l'esperienza di un uomo che, nelle città degli uomini, conoscesse solo gli obitori e i cimiteri. Il ritmo delle città è vitale, sono luoghi in cui gli adulti indicano ai bambini le strade del futuro. Le città crematorie invece sono costruite per lo sterminio; per questo non fa differenza in quale reparto tu sia impegnato. Un barbiere radeva la morte, un magazziniere la vestiva, un infermiere la spogliava, uno scritturale segnava delle date accanto ai numeri dopo che, per ciascuno di essi, l'alto camino aveva fumato in abbondanza......

  • Samuel76
    2019-02-25 18:09

    Ci ho messo un'eternità a finire questo libro, tra gli impegni lavorativi, il poco tempo a disposizione e la lettura non propriamente leggera, il tempo è letteralmente volato via...Storia vera e propria, in alcune parti del libro fa accapponare la pelle, anche se purtroppo non sono riuscito ad apprezzarlo fino in fondo (mi sono letteralmente sforzato di leggerlo!) in quanto la scrittura non rasenta i miei gusti.Alle volte caotico nello scrivere con divagazioni e/o descrizioni contorte, anche se ad esser sincero, molte di queste parti sono scritte proprio come la mia mente ragiona :)Durante la lettura mi son chiesto se dai campi di concentramente fosse uscita una (o più) donna che poi abbia scritto qualcosa su questo argomento, in cosa sappiate di qualche autrice vi pregherei di segnalarmela, mi piacerebbe leggere il 'punto di vista' di una donna.

  • Laura Costantini
    2019-02-28 20:49

    Ho esitato a lungo prima di affrontare questo libro. Temevo che la lettura ne risultasse pesante. Mi sbagliavo. Boris Pahor e' un grande narratore e ci spalanca le porte dell'orrore con la semplicita' di chi quel "mondo crematorio" lo ha vissuto in prima persona. Il continuo passaggio dal ricordo alla realta' di una visita da turista nel luogo che lo vide lottare per la vita, crea un ritmo che attira, seduce e conduce il lettore. Libri cosi' sono importanti. La memoria e' importante. Da leggere, studiare, meditare.

  • Elalma
    2019-03-06 17:10

    Un pilastro della letteratura dello sterminio. Non � un libro da leggere tutto di un fiato, perch� ti annienta un po' dentro. Potentissima scrittura, alcuni periodi sono da leggere pi� volte per la lucidit� e l'incisivit� di quanto scrive quest'uomo eccezionale. Duro, durissimo, rappresenta "un tentativo di preservarci dalla dimenticanza, dalla pochezza della nostra capacit� di trattenere i ricordi, dall'instabilit� della nostra fluida coscienza " (pag 133). Non c'� scampo.

  • Alexander Lesher
    2019-03-02 16:46

    Holy Moly! Have other people read this???? They should. The Holocaust was disgusting and the wide breadth of prisoners is astonishing. How does Pahor make 14 months feel like an eternity? So many holocaust stories involve the narrator just barely surviving -- even as liberation is coming. Imagine being so close and so close to death. Great book. THANK YOU, DALKEY! I picked this up on a whim.

  • Luca Cignoni
    2019-03-16 22:16

    Un libro che trascina, lentamente e inesorabilmente, verso il fondo di immagini crude di deportazione e umiliazione. Prende lentamente per mano istillando angoscia e disagio. L'aspetto pi� "affascinante" di questo libro � la lucidissima e viva analisi emotiva del prigioniero, che a tratti spalanca le porte dell'alienazione. Uno "splendido" racconto di prigionia.

  • Prospero
    2019-02-28 19:09

    Una narrazione scorrevole rende più immediata la comprensione del dramma vissuto e rqccontqto senza orpelli. Una analisi interiore , un racconto dei sentimenti e non tanto degli accadimenti già ben conosciuti. Perché la storia é fatta di persone che agiscono e soffrono .

  • Arianna Rolandi
    2019-03-06 19:54

    Per tutti coloro che soffrono di vuoti di memoria, per chi la storia (questa storia) non l'ha studiata, per tutti coloro, compresa me, che hanno bisogno di uno scossone sul tema dell'orrore dell'olocausto. Ben scritto, quasi una sceneggiatura, tanto sono vivide le immagini e forti le emozioni.

  • Canal-L El canal de los libros en Internet
    2019-03-09 00:49

    "Europa es como un eunuco" Boris Pahor http://www.canal-l.com/index.php?id_v...

  • Robert
    2019-03-19 21:57

    Pretty good memoir about the details of living in a Nazi concentration camp. Pahor's details about his experiences are what make the difference.