Read o marinheiro by Fernando Pessoa Online

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El punto central de mi personalidad como artista es que soy un poeta dramático; continuamente tengo, en todo cuanto escribo, la exaltación íntima del poeta y la despersonalización del dramaturgo. Provisto de esta llave (...) pude abrir lentamente todas las cerraduras de mi expresión. Sepa que como poeta, siento; que como poeta dramático, siento despegándome de mí; que comoEl punto central de mi personalidad como artista es que soy un poeta dramático; continuamente tengo, en todo cuanto escribo, la exaltación íntima del poeta y la despersonalización del dramaturgo. Provisto de esta llave (...) pude abrir lentamente todas las cerraduras de mi expresión. Sepa que como poeta, siento; que como poeta dramático, siento despegándome de mí; que como dramático (sin poeta), traslado automáticamente lo que siento a una expresión ajena a lo que sentí, construyendo en la emoción una persona inexistente que la sintiese verdaderamente..., y por ello sintiese, en consecuencia, otras emociones que yo, puramente yo, me olvidé de sentir....

Title : o marinheiro
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ISBN : 9816438
Format Type : Paperback
Number of Pages : 37 Pages
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o marinheiro Reviews

  • Alessandro Roses
    2018-11-29 02:50

    Testo teatrale fortemente simbolista ed esoterico. Il commento finale di Antonio Tabucchi fornisce gli strumenti per cercare di sciogliere questa intricata sciarada, qual è questa storia.Se Shakespeare diceva, attraverso Prospero, che siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni, qui probabilmente è lo stesso protagonista, il marinaio, ad essere un sogno. Il dubbio pervade tutto il testo: sogno o realtà?Che Christopher Nolan ne abbia tratto ispirazione per il film "Inception"? (a me piace pensarlo)

  • Vittorio Ducoli
    2018-12-10 03:06

    Un drammatico gioco di specchi che non può annientare la realtàIl marinaio è un breve testo scritto da Fernando Pessoa nel 1913 e rielaborato due anni dopo, per la pubblicazione su Orpheu, una delle riviste dalla vita effimera (ne uscirono solo due numeri) ma dalle profonde conseguenze culturali che Pessoa fondò o contribuì a pubblicare. Nonostante la brevità (poche decine di pagine compreso il testo a fronte) è un testo che sorprende e affascina per complessità e per potere evocativo.Le due date sopra indicate non sono prive di significato: il testo nasce infatti prima che l'autore – l'8 marzo 1914, il giorno trionfale come risulta da una sua lettera - desse vita al primo dei suoi eternonimi (Alberto Caeiro), ma viene rielaborato dopo questo spartiacque della vita artistica di Pessoa.E' quindi un testo giovanile di Pessoa (che nel 1913 ha 25 anni) che l'autore riprende in una fase che, sia pure a distanza di pochissimi anni, lo vede totalmente mutato quanto a interessi artistici ed anche a modalità espressive.Possiamo quindi immaginare, seguendo Antonio Tabucchi nella sua postfazione, che ad un impianto primitivo e giovanile, in cui prevalessero accenti ed umori tipicamente simbolisti, Pessoa abbia aggiunto, in vista della pubblicazione su una rivista modernista come Orpheu, successivi strati poetici derivanti da ciò che Pessoa era diventato, come intellettuale, nel 1915.Questo dramma statico è infatti indubbiamente intriso di elementi simbolisti, e la sua ambientazione credo sia a questo proposito esplicativa. Di notte, in una stanza circolare di un antico castello nella quale si apre una sola finestra dalla quale si intravede in lontananza, fra due monti, il mare, tre fanciulle vestite di bianco vegliano la bara di una quarta fanciulla morta. Sono sedute, e l'unico movimento percettibile è quello delle fiamme delle quattro candele accese ai lati del catafalco. Proviamo ad immaginarci la scena e avremo di fronte a noi un'immagine che potrebbe essere benissimo una variante di quello che è probabilmente il più famoso dei quadri simbolisti, L'isola dei morti di Arnold Böcklin. Sappiamo che il giovane Pessoa mosse i suoi primi passi poetici proprio dal simbolismo, come testimoniano poemi quali Chuva Oblíqua. Tuttavia veniamo avvertiti dallo stesso Tabucchi (i cui interventi non saranno mai a sufficienza lodati, stante la intrinseca complessità dell'opera di Pessoa), che una lettura meramente simbolista de Il marinaio è largamente insufficiente, stante il contenuto del breve dramma. Le tre fanciulle, di cui non sappiano il nome, iniziano infatti a parlare del passato (come accade spesso davanti ai morti), a raccontarsi non ciò che sono state (No, non ne parliamo. E poi, siamo state qualcosa? protesta una di esse), ma di un passato che potrebbero non avere mai avuto. E' la stura, l'inizio della più sommessa ma più tremenda ed assoluta messa in discussione per mezzo letterario non solo della realtà (il che sarebbe tutto sommato banalmente simbolista), ma anche della nostra possibilità di elaborarla ed appropriarcene attraverso i meccanismi del ricordo, della memoria e del sogno. Comincia un gioco di specchi, di negazioni e di negazioni delle negazioni che ci stordisce e ci restituisce la circolarità del nostro non-essere, come circolare e senza ore è la stanza in cui il dramma si svolge. Si può dire che mentre la cornice in cui si svolge il dramma è ancora in qualche modo tardo-ottocentesca, il suo contenuto ci catapulta all'improvviso, sia pure con un tono dolente ed indolente, in pieno novecento, in quel novecento in cui nulla sembra più avere senso all'occhio dell'artista, se non la sua stessa capacità di raccontare ciò che non è. Così, le tre vegliatrici si raccontano nelle prime pagine del dramma quelli che apparentemente sono felici e innocenti ricordi della loro infanzia: bucolici paesaggi, passeggiate in riva al mare… ma mentre raccontano e si raccontano, si rendono conto che non solo quelle cose non esistono più, ma forse non sono mai esistite, forse si tratta solo di sogni che esse sognano vedendosi sognare… non c'è stato un passato felice, tuttalpiù (come dice una delle fanciulle) si comincia in questo momento ad essere state un tempo felici: è chiaro anche in questo passaggio, a mio avviso, il ruolo che Pessoa attribuisce all'arte: solo l'immaginazione e la parola, grandi taumaturghe, possono restituirci l'essenza di ciò che non è stato ma avrebbe potuto essere; di ciò che è stato – sembra dirci – è inutile discorrere. Al centro del dramma sta la storia, l'enigma – come lo chiama Tabucchi – del marinaio, che dà il titolo al racconto, e che di quanto detto sopra è in qualche modo una parabola esplicativa.Una delle tre vegliatrici racconta infatti di aver sognato un tempo di un marinaio che, naufrago su un'isola deserta, ha nostalgia della sua patria e della sua vita precedente. La nostalgia è così forte che egli, per combatterla, inizia a sognare un'altra vita vissuta, un'altra realtà anteriore. Negli anni costruisce con tale precisione questa sua nuova vita passata, piena di paesaggi, città, persone che ha visitato e conosciuto, che un giorno si accorge di non ricordarsi più della sua vera vita precedente, si accorge che essa non esiste più. Un giorno sull'isola approda una nave, ma il marinaio non c'è più. Il racconto non ci dice dove sia andato.La storia del marinaio – splendida di per sé ancorché semplicemente abbozzata – non è a mio avviso un enigma, come ci suggerisce Tabucchi che ci fornisce una soluzione nella quale il marinaio evade dall'isola: è come detto una parabola. Il marinaio infatti non evade dall'isola: prosaicamente non avrebbe potuto farlo, visto che la nave che non lo trova è la prima che approda a quei lidi. Semplicemente, e drammaticamente, il marinaio soccombe alla realtà che ha sognato e creato. Muore ucciso dalla acquisita coscienza che la sua realtà, la sua vita anteriore non esistono più in tanto in quanto egli è stato capace di ricrearne una qualsiasi, che si è potuta interamente sostituire ad essa. E' questa la grande scoperta che Pessoa ci consegna: l'artista, colui che sa sognare ed immaginare, può costruire una realtà altra, può esplorare mondi che non sono mai esistiti, che non esistono se non nella sua mente, rendendoli reali, e allo stesso modo può rendere irreale il reale. E' questo tuttavia un potere tremendo, che può annientare con la sua forza dirompente l'artista stesso, come il povero marinaio di cui non si hanno più tracce. Stessa sorte, del resto, è riservata alle tre vegliatrici, che vivono solo di notte, accanto ad una di loro già morta, la quale ha sognato il sogno più bello di tutti e ...forse, sa già a cosa servono i sogni, che sanno di doversi dissolvere non appena spunterà l'alba e che alla fine sospettano di essere esse stesse un sogno, forse un sogno dello stesso marinaio. La loro è una lenta agonia che si trasforma in terrore al primo albeggiare, quando nella stanza potrebbe entrare una sconosciuta quinta persona che stende il braccio e ci interrompe ogni volta che stiamo per sentirla (l'incoscienza della vita). Qui a mio avviso c'è un grande colpo di scena, che tra l'altro allontana definitivamente Il marinaio da una dimensione esclusivamente simbolista, perché il dissolvimento delle fanciulle, il loro finale restare catatoniche, senza parlare e senza guardarsi, è causato dai primi rumori del giorno, dalla banalità di un gallo che canta (reminiscenza evangelica dell'ateo Pessoa?) e dall'incerto stridore delle ruote di una carrozza: la realtà, gretta e banale, si prende la sua amara rivincita, e alle fanciulle sognanti non resta che trasformarsi in esseri amorfi. Del resto era stata la stessa realtà a presentarsi sotto forma di nave sull'isola del marinaio, senza trovarlo. Da un lato quindi Pessoa è cosciente del tremendo potere dell'arte, e sembra per un po' dirci che attraverso il gesto artistico è possibile vivere in un mondo proprio e diverso, sia pure a costo di un peso intellettuale insopportabile, da cui cercherà di alleggerirsi distribuendone buona parte ad altri-da-lui, i suoi eteronimi. Alla fine tuttavia anche l'intellettuale è costretto ad arrendersi (come molti anni più tardi si arrenderà il più celebre dei suoi eteronimi, il modernista Álvaro De Campos in Tabaccheria) e a confessare che neppure il sogno, neppure i mondi interiori sognati dagli artisti possono resistere alla forza corrosiva della realtà. Del resto, da qualche mese, in quel 1915, le classi dirigenti dell'Europa intera si stavano dando da fare per dimostrare con tutta la diabolica capacità di cui erano capaci quanto fosse vera questa intuizione di un oscuro impiegato di concetto di Lisbona.

  • Sebastián
    2018-12-12 00:57

    Me rompió la cabeza de varias formas. Me tiene pensando sobre figuras geométricas y la idea sensacionista de la ruptura entre la sensación y el acto.

  • Ana
    2018-11-28 23:59

    Bem...seguramente não era aquilo que estava à espera...e sinceramente acho que não entendi, se é que existe algo para entender. Talvez o autor não ambicionasse fazer passar qualquer mensagem, e almejasse unicamente incutir uma reflexão metafísica ou filosófica sobre a realidade...ou talvez, o texto represente somente um exercício, uma experiência, de teatro, de poesia ou de literatura...ou de todas estas artes numa só...talvez...E é do "talvez" que se trata somesmente: é um diálogo da dúvida, do talvez...são afirmações que nada afirmam...entre a realidade e o sonho. Mas onde é sonho e onde é realidade ? Não sabemos. Nem sequer sabemos se existe o sonho ou o real...ou sabemos? Mais uma vez a dúvida...a constante neste texto, e na minha opinião o seu tema principal.É um texto curioso, diferente, místico e misterioso, inconclusivo e perturbador, mas ao mesmo tempo com uma linguagem poética, de uma beleza à altura do seu autor.Qual o seu veradeiro significado? O que representam as veladoras? Li algumas explicações sobre isso na net, mas confesso que nenhuma me satisfez. Talvez nunca encontrarei uma.Surprrendeu-me, mas não me encantou. Este conceito, novo para mim, de teatro estático, não me agradou. Ao procurar informação sobre isso li que :"aquele cujo enredo dramático não constitui acção, isto é, onde as figuras não só não agem, porque nem se deslocam nem dialogam sobre deslocarem-se, mas nem sequer têm sentidos capazes de produzir uma acção;em que o mais fundamental é a revelação das almas. Considerado por muitos como um anti-teatro, não sobreviveu e muitas peças desta classe foram consideradas poemas dramáticos como por exemplo "O Marinheiro" de Fernando Pessoa"De facto, julgo mais positivo encarar o texto como poema e não como teatro. Como teatro, seria algo que detestaria ver. Como poema já é algo que leio com algum prazer. No entanto este diálogo da dúvida não me espanta, nem me faz desvirgar algum novo caminho de reflexão. São reflexões comuns ao longo do nosso desenvolvimento, que atingem o seu pico talvez na adolescência, e que se encontram também na filosofia de vários autores conhecidos. Contudo em nenhum dos casos será explorada com tão belas frases como Fernando Pessoa aqui empregou.Apesar de tudo, é uma obra que deixa ecos na minha memória, talvez por ter ficado "algo por resolver". E como toda a poesia ou prosa poética, este texto chegará a cada leitor de diferentes formas, tocando e operando diferentes mecanismos do seu ser.Mais info em: http://linkedbooks.blogspot.pt/2013/0...

  • No Books
    2018-12-08 23:55

    Una volta tanto risulta utile, per quanto minimale, il corredo critico. Giustamente Tabucchi fa notare che, pur trattandosi di una pièce teatrale, il testo è pressoché impossibile da recitare. Eppure uno degli aspetti più affascinanti, forse a torto, mi è sembrato proprio la scenografia: la sala circolare dell'antico castello, con l'unica finestra. E tutti gli altri luoghi che (come questo?) sono solamente evocati: valli, laghi, case d'infanzia. Luoghi del ricordo e del sogno, fino all'isola del marinaio e alla sua terra natale inventata. Una nota sulla struttura. I dialoghi delle tre vegliatrici sono sempre evanescenti, quasi dovessero affievolirsi & svanire ad ogni momento; come se fossero appena al di sopra di un ipotetico livello dell'acqua, sempre col rischio di riaffondare, di sparire. "Il silenzio comincia a prendere corpo, a diventare una cosa... sento che mi avvolge come una nebbia..."Significative, in questo senso, le quattro pause all'inizio dell'opera. Per contro, nel finale l'opera pare sfilacciarsi. Perfettamente azzeccata la scelta dell'illustrazione di Klimt per la copertina: il testo sembra davvero la trascrizione letteraria di un quadro Jugendstil. Il prezzo è un furto; io l'ho pagata col 30% di sconto, ma questa è un'edizione da mille lire.

  • Patrizia
    2018-11-26 23:47

    Tre giovani donne in una stanza circolare ne vegliano una quarta, morta.Parlano, per vivere quell'unica notte, prima che il giorno le faccia svanire.Le loro voci per sentirsi vive, un sogno per non morire. E il dubbio che il sogno sia l'unica cosa vera e che siano loro il sogno.Un testo splendido, che ci porta fuori dal tempo, dove tutto potrebbe essere e non è, come noi, forse.

  • Gerardo
    2018-11-16 22:13

    "Só o mar das outras terras é que é belo. Aquele que nós vemos dá-nos sempre saudades daquele que não veremos nunca..."

  • Manuela Vélez
    2018-12-07 04:58

    wonderful

  • Laginestra
    2018-11-29 03:55

    Non lo ritengo il miglior Pessoa, anche se delle parole è veramente abile giocoliere. Il segreto dell'opera resta confinato nel misterioso, intricato e affascinante gioco delle sfere temporali.

  • zumurruddu
    2018-12-03 03:08

    "Parliamo, se volete, di un passato che potremmo non avere mai avuto"Il portoghese deve essere una lingua straordinaria. Dalle possibilità espressive stupefacenti. La lingua della saudade, dicono. Una lingua in cui vi sono forme verbali come il piuccheperfetto congiuntivo che esprime "un'azione irreale del passato", o il futuro congiuntivo composto (che "indica un fatto futuro come terminato in relazione ad un altro fatto futuro") come specifica Tabucchi nelle sue imprescindibili note alla traduzione. E ci credo che è la lingua adatta a esprimere la saudade.Quest'opera, spiega Tabucchi, è stata scritta interamente al congiuntivo.Percorsa da un afflato poetico sottile quanto intenso, non riesco a smettere di leggerla e rileggerla, senza riuscire a ben afferrare, eppure incantata da questo piccolo capolavoro...Si presenta come una piece teatrale che si svolge nell'arco di una notte; non c'è azione, solo un dialogo (o un monologo a tre voci) del tutto irreale."Non desiderate, sorelle mie, che ci intratteniamo raccontando quello che siamo state? E' bello ed è sempre falso".Siamo forse dentro un sogno? E dentro un sogno, viene raccontato un sogno, in cui vi è un uomo che sogna..."Sognavo di un marinaio che si era perduto in un'isola lontana...[...] Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto, si mise a creare un'altra patria come fosse stata sua".E così, nei minimi dettagli, il marinaio si crea un passato che non ha mai avuto... chissà come sarà stato questo suo passato irreale; se avrà incontrato il suo vero amore, se avrà svolto una professione piena di soddisfazioni, se avrà avuto dei genitori più simili a come li aveva sempre desiderati. Chissà se sarà stato felice in questo passato che non ha mai avuto.A pensarci, quante cose direbbe di noi un passato che (forse) non abbiamo mai avuto."Allora volle ricordare la sua patria vera... Ma si accorse che non ricordava niente, che essa per lui non esisteva più... [...] Tutta la sua vita era stata la vita che aveva sognato..."Ma poi alla fine arriva una nave... e arriva l'alba... e i sogni si dissolvono.Oppure il sogno continua?"Il passato non è altro che un sogno... Del resto neppure io saprei dire che cosa non è sogno... Se guardo il presente con molta attenzione mi pare che sia già passato... Ma che cosa è dunque ogni cosa? Com'è che essa passa?"Persino troppo banale poi, citare "we are such stuff as dreams made on"...

  • Vallejo
    2018-12-13 02:00

    No me esperaba el tema y la forma de abordarlo. Lo malo es que a la tercera página se torna... repetitivo.